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Interviste: cambiare le regole del gioco

Il metodo di intervista nasce come sfida al giornalismo tradizionale e come tentativo di esplorare il mondo attraverso la visione e la riflessione degli altri, degli intervistati.

Da sempre le interviste giornalistiche si basano su meccanismi riconosciuti legati alla capacità dialettica del giornalista e su una tensione costante tra il giornalista e l’intervistato. Esperti del mondo dei media insegnano come reagire e come comportarsi durante un’intervista, come gestire a proprio favore l’evento comunicativo ed esiste una vasta letteratura sia sulle tecniche di intervista giornalistica che sulla loro gestione.

La sfida delle LEGO-interviste  consiste nel cambiare radicalmente i meccanismi psicologici e le dinamiche relazionali fra giornalista ed intervistato e nello stravolgimento dei processi cognitivi che sottendono l’interazione: il giornalista e l’intervistato non sono piu’ in antitesi, uno contro l’altro, ma collaborano costruendo insieme l’intervista in un processo originale che produce contenuti inattesi anche per l’intervistato stesso.

Pensare con le mani

Il processo è basato sull’assunto definito da Seymur Papert che spiega come, nel creare un oggetto materiale con le proprie mani, vengano attivate aree del cervello differenti che producono concetti ed idee nuovi, o latenti.

L’intervista si basa su un’unica domanda iniziale a cui l’intervistato non deve rispondere a parole, bensi costruendo un modello tridimensionale con particolari kit LEGO.

Questo semplice processo innesca una serie di meccanismi che stravolgono e cambiano le risposte che vengono fornite: quando generalmente si deve rispondere ad una domanda, l’intervistato ha normalmente un lasso di tempo di pochi secondi per formulare la risposta, valutando istantaneamente una serie di parametri sociali, quali le supposte aspettative dell’intervistatore, il contesto, la percezione che si vuole dare di sè. E solitamente si ricade nella routine, dando risposte basate sull’esperienza e su storie che già sono state costruite nella propria mente e che sono già state raccontante.

Ma quando la domanda non presuppone una risposta verbale immediata, bensi una concettualizzazione ed una riflessione mediata dall’azione di costruire un modello tridimensionale della propria risposta, l’intervistato si trova ad affrontare, spesso per la prima volta, questioni note in modi completamente differenti. Ne consegue che il risultato e le risposte ottenute, rispetto alle storie preparate e già dette che sarebbero emerse con una domanda diretta, sono completamente diverse sia nella loro formulazione che nei loro contenuti.

Le dinamiche

Gli intervistati impiegano dai 7 ai 15 minuti per costruire i propri modelli – durante la fase di costruzione non viene loro permesso di parlare al giornalista e vengono letteralmente  abbandonati alle proprie riflessioni ed all’attività con i LEGO. Durante la fase di costruzione gli intervistati si immergono e si astraggono ed iniziano a connettere idee e concetti attraverso l’uso dei LEGO creando metafore e correlazioni fisiche (dei mattoncini) e concettuali.

I modelli concettuali e materiali che scaturiscono da questo processo sono una rappresentazione unica ed originale della visione dell’intervistato.

L’interazione fra giornalista ed intervistato avviene attraverso il modello, che assume un ruolo strategico fondamentale: esso diventa infatti un’estensione dell’intervistato stesso; il giornalista indaga il modello e facendo parlare l’intervistato del modello, ottiene un grado di collaborazione e apertura difficilmente raggiungibile nelle interviste tradizionali.

L’intervistato percepisce il modello come una difesa, non ha la consapevolezza che il modello è un’estensione ed una rappresentazione di sè, l’intervistato si sente protetto dalla presenza del modello e si abbandona a riflessioni, considerazioni ed analisi  che difficilmente sarebbero scaturite in contesti tradizionali.

I feedback degli intervistati

Molti degli intervistati che hanno partecipato a LEGO-interviste hanno definito l’esperienza ‘catarticà ammettendo che molti dei concetti emersi erano nascosti da qualche parte nel loro inconscio e non erano consapevoli nemmeno loro di certe sfumature o relazioni fra concetti ed eventi.

Il giornalista, in un gioco di interazione non invasivo e non aggressivo, agisce come la levatrice socratica, svelando e rivelando informazioni e contenuti innovativi ed originali, strappando informazioni in modo apparentemente innocente e senza pressioni o tensioni.

L’intervistato si rilassa durante l’interazione, si fa coinvolgere dal processo e dal senso di sicurezza e protezione del modello e spesso interagisce con il proprio modello, aggiustando, aggiungendo o spostando mattoncini durante l’intervista.

I mattoncini diventano metafore, simboli con cui giocare e tutto il processo, apparentemente ludico, risulta in un’esperienza maeieutica che produce informazioni e contenuti, permettendo al giornalista ed allo spettatore di scoprire il mondo dell’intervistato letteralmente attraverso gli occhi dell’intervistato stesso.

Il metodo della LEGO-intervista è basato su domande che non inquinino la risposta e la posizione del giornalista è sempre neutrale: l’attenzione maniacale alle domande iniziali, che devono essere neutre, è fondamentale affinchè l’intervistato si senta a proprio agio, non indagato dal giornalista e libero di decidere e definire le parole chiave ed i concetti che saranno poi approfonditi durante l’intervista. È infatti l’intervistato a decidere le parole chiave ed i temi che il giornalista prende ed usa per far emergere realtà, informazioni, prospettive.

Le esperienze

Il metodo è stato testato con successo in contesti differenti: fra gli attivisti dell’Occupazione a St. Paul (Londra, 2011), nei campi profughi palestinesi, con attivisti israeliani, sionisti, attivisti palestinesi, giornalisti, professionisti, musicisti… Parte delle interviste sono state pubblicate sul blog www.legoviews.com.

Il metodo si presta per far emergere concetti latenti, le esperienze, le idee e le opinioni personali, è uno strumento unico che permette di vedere il mondo con gli occhi dell’intervistato e rivelare idee e informazioni attraverso meccanismi psicologici innovativi.

Il metodo è stato testato da uno dei principali PR inglesi, abituato a tenere media training a politici e personaggi di rilievo che ha commentato come il potere ed il pregio delle LEGO-interviste, consiste nell’impossibilità di prepararsi all’intervista: il processo è talmente unico che non esistono media training o strategie per gestire o manipolare questo genere di intervista.

Una presentazione

Quella che segue, e’ la presentazione che Patrizia Bertini ha dato il 7 Aprile 2013 al Meeting Annuale dei Facilitatori LEGO® SERIOUS PLAY®  certificati che si e’ svolta a Billund, Danimarca. La presentazione spiega le analogie e le differenze fra un workshop LEGO® SERIOUS PLAY®  classico e un’intervista.

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